Il Gateway World Tour potrebbe sancire la fine degli spettacoli dal vivo della band. Per ora, comunque, la musica travolgente continua a conquistare il pubblico

Il Gateway World Tour potrebbe sancire la fine degli spettacoli dal vivo della band. Per ora, comunque, la musica travolgente continua a conquistare il pubblico
Data:21 luglio 2017
by Luke

La vigilia. C’ha pensato il batterista Chad Smith a mettere ulteriore pepe, pardon peperoncino, sulle due attesissime date estive in Italia dei Red Hot Chili Peppers. Quella che si è  conclusa ieri sera al Postepay Sound Rock in Roma presso l’ippodromo delle Capannelle e che si terrà oggi a Milano in un altro ippodromo, quello di San Siro.

Le sue recenti dichiarazioni durante un’intervista radiofonica americana hanno spiazzato un po’ tutti: “Eravamo nel tour bus e Flea ha detto: ‘Per quanto tempo pensi che dovremmo… non pensi che forse sarebbe il caso di smettere?’ Io… non sapevo come rispondere! Voglio ancora fare dischi, amo suonare, ma la vita in tour… Non so per quanto riusciremo a continuare. Tre di noi hanno 54 anni. Non penso che riusciremo a fare questi lunghi tour ancora per molto. Abbiamo le nostre famiglie e dobbiamo pensare alle nostre priorità. Siamo molto grati ai nostri fan, non so cosa succederà in futuro».

Tra le righe, i RHCP continueranno a esistere come band, a fare dischi ma l’aspetto concertistico potrebbe essere drasticamente ridimensionato. Parole che alimentano un dubbio più che lecito, quello che il Getaway World Tour – iniziato nel maggio 2016 a supporto del loro undicesimo album in studio, The Getaway, e che terminerà il prossimo ottobre – possa essere l’ultimo grande giro intorno al mondo a suon di funk rock, crossover o come si preferisce definire lo spettro sonoro dei RHCP. Nel frattempo la seconda tranche europea del tour prosegue alla grande come certificano anche le due date italiane, sold out da settimane. A Roma le presenze sono state circa 35.000, con un buon rapporto di 1000 a 1 con gli anni di attività della band losangelina.

Il concerto. La notizia ferale del suicidio di Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, arrivata poco prima del concerto poteva in qualche modo condizionare la voglia di travolgere il pubblico dei RHCP. E invece fin dall’ormai tipica intro strumentale con la quale sono soliti aprire i concerti, si è subito capito che l’istinto di sopravvivenza del rock avrebbe avuto il sopravvento anche questa sera. Cinque schermi circolari fanno da sfondo a una band rodatissima, capace di far leva sull’affiatamento trentennale dei tre “vecchietti”: il frontman Anthony Kiedis e la sezione ritmica formata da Flea (basso) e Chad Smith (batteria).

Senza dimenticare “l’ultimo arrivato”, il chitarrista Josh Klinghoffer, che ormai vanta oltre dieci anni di militanza nella band, prima come turnista e poi dal 2009 come membro effettivo dopo la seconda e forse definitiva fuga artistica di John Frusciante. Non è sbagliato definire Klinghoffer in tutto e per tutto un Frusciante 2.0, vista la grande amicizia che li lega, le numerosissime collaborazioni e il ruolo ereditato nei RHCP con la sua benedizione. L’eleganza selvaggia con la chitarra ricorda quella del “fratello maggiore” e così alcune movenze. Klinghoffer si distingue oltre che per l’età, per un look minimale, total black, in netto contrasto con il resto della band, piena di colori, addosso e dentro la testa. Ogni tanto appaiono alcuni ospiti come il percussionista brasiliano Mauro Refosco, amico di Flea e colleghi negli Atoms For Peace di Thom Yorke. La scaletta è una selezione quasi “best of” che pesca a piene mani da quasi tutta la discografia, dalla splendida cover di Higher ground di Stevie Wonder (da Mother’s milk, 1989) ai brani dell’ultimo album, come Dark necessities, Go robot o Goodbye angels.

A proposito di cover, di grande impatto la versione di I wanna be your dog degli Stooges.

Se si esclude By the way sono i brani estratti dai loro album anni ’90 a raccogliere più consensi, boati e levate di telefonini. D’altronde pare ormai chiaro come l’ingresso dei RHCP nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2012 sia merito di album come Blood sugar sex magic (1991) e Californication (1999) e per questi verranno ricordati e tramandati. In tal senso il finale con Give it away è da manuale.

Un concerto pieno di ritmi ed energia positiva capace di lenire, congelare almeno per un po’ l’amarezza ormai quasi quotidiana di morti tragiche, premature e per certi versi inspiegabili come quelle di Chester Bennington e Chris Cornell. Della serie si può stare sotto un ponte, come direbbero i RHCP, o sotto un treno ma l’importante è non arrendersi mai.

Fonte: http://www.repubblica.it

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